Quando l’egoismo che vediamo negli altri parla di noi

Written by on 26 Marzo 2026

C’è un momento, nelle relazioni, in cui le parole che pronunciamo sull’altro parlano molto più di noi che di chi abbiamo davanti. È il momento dell’accusa. Quando definiamo qualcuno “egoista”, “freddo”, “aggressivo”, spesso stiamo cercando di mettere distanza da qualcosa che, dentro di noi, fatichiamo a riconoscere e ad accettare.
L’accusa diventa allora uno strumento di difesa. Da una parte ci permette di prendere le distanze da un comportamento che abbiamo imparato a considerare tossico o sbagliato. Dall’altra ci consente di non entrare in contatto con il senso di colpa che proveremmo se iniziassimo anche solo a pensare di poterci comportare in quel modo. È come se dicessimo a noi stessi: “Io non sono così. Io non posso esserlo”. E per rendere più solida questa convinzione, proiettiamo sull’altro ciò che rifiutiamo in noi.
Un esempio concreto, che parte dalla mia esperienza diretta di due persone a me vicine, può aiutare a comprendere meglio questo meccanismo.
Anna accusa Mario di essere egoista (entrambi nomi di fantasia). Secondo lei pensa solo a sé stesso, non si comporta come lei vorrebbe, non risponde ai suoi bisogni nel modo che lei considera giusto. Anna è cresciuta con l’idea che l’egoismo sia qualcosa di profondamente negativo. Lo ha imparato osservando uno dei suoi genitori, il cui padre freddo ed “egoista” le infondeva paura, mentre la madre le ha trasmesso implicitamente il messaggio che una “brava persona” deve sempre mettere gli altri al primo posto. Fare del bene, non far soffrire, sacrificarsi. Questo è diventato il suo modo di stare al mondo.

Ma se lei deve sempre prendersi cura degli altri, chi si prende cura di lei? Perché il suo partner non si accorge del suo bisogno? Perché non si comporta come lei si aspetta?
Anna si trova intrappolata in un paradosso doloroso. Una delle potenzialità fondamentali dell’essere umano è la capacità di prendersi cura di sé, di ascoltare i propri bisogni e di cercare di soddisfarli. Questo non significa farlo a scapito degli altri. Significa riconoscere che il benessere personale è una base necessaria per poter esprimere amore e presenza anche verso chi ci sta accanto. Se non impariamo a nutrire noi stessi, difficilmente potremo nutrire relazioni sane.
Tuttavia Anna non si concede questa possibilità. Non può permettersi, nemmeno per un attimo, di essere “egoista”. Così accusa Mario di esserlo al posto suo. E quando lui non fa ciò che lei desidera, reagisce con il mutismo, con il ritiro emotivo. Senza dichiararlo apertamente, esercita una pressione psicologica che finisce per diventare una forma di ricatto. Mario dovrebbe cambiare comportamento per alleviare la sofferenza di Anna. Dovrebbe fare quello che lei non si autorizza a fare per sé stessa.
Dall’altra parte Mario vive uno stato di smarrimento. Non si riconosce nella descrizione che riceve. Si chiede come possa essere egoista se sta semplicemente cercando di agire in modo diverso dalle aspettative della partner. Inizia a dubitare di sé, a sentirsi in colpa per qualcosa che non comprende fino in fondo. La relazione entra così in una spirale in cui entrambi soffrono, ma per motivi diversi.
Questa storia mette in luce due dinamiche molto diffuse.

La prima è la proiezione. Tutto ciò che non abbiamo ancora imparato ad accettare di noi stessi, tutto ciò che abbiamo giudicato come inaccettabile o pericoloso, tende a riemergere nella relazione con l’altro sotto forma di accusa. Quando abbiamo bisogno di accedere a un certo comportamento per stare meglio, ma non riusciamo a legittimarlo dentro di noi, è più semplice attribuirlo all’altro e combatterlo fuori piuttosto che integrarlo dentro.
La seconda riguarda il modo in cui giudichiamo le emozioni e i comportamenti. Non esistono emozioni “sbagliate” in senso assoluto. Rabbia, egoismo, bisogno di distanza, desiderio di autonomia sono energie vitali che possono diventare distruttive solo in base a come vengono agite. Provare rabbia non autorizza a ferire o umiliare qualcuno, ma può essere un segnale prezioso che ci indica un limite, un disagio, qualcosa che va compreso e trasformato. Allo stesso modo, essere egoisti nel senso di sapersi mettere al centro della propria vita è una condizione necessaria per il benessere interiore. Diventa problematico solo quando si costruisce sulla negazione sistematica dell’altro.
Prendersi cura di sé può generare sofferenza in chi ci sta accanto, soprattutto se l’altro ha costruito aspettative molto forti su di noi. Ma questo non significa automaticamente che stiamo sbagliando. Ogni persona è responsabile del proprio equilibrio emotivo. Le relazioni sane non nascono dal tentativo di modellare l’altro secondo i nostri bisogni, ma dalla capacità di incontrarsi in uno spazio in cui entrambi possano esistere senza rinunciare a sé stessi.
Imparare a riconoscere le proiezioni significa iniziare a guardarsi con più onestà. Significa chiedersi cosa ci infastidisce davvero dell’altro e quale parte di noi stiamo cercando di tenere nascosta. Significa anche accettare che la cura di sé non è un atto di egoismo distruttivo, ma una forma di responsabilità. Solo quando smettiamo di accusare e iniziamo a comprendere, le relazioni possono trasformarsi in luoghi di crescita reciproca invece che in campi di battaglia emotivi.

 

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